Chiacchierata con l’esperto- L’Antropologa

Brenda Benaglia

Oggi per la nostra rubrica “Chiacchierata con l’esperto”, rilanciamo la proposta suggerita dalla Counselor nella scorsa intervista e conosciamo insieme Brenda Benaglia, antropologa (e doula) che si occupa di nascita e accompagnamento alla maternità.

Ci potrebbe spiegare brevemente che cosa fa e in quali ambiti lavora principalmente l’antropologo/a?
È una domanda interessante che mi viene rivolta spesso sia come antropologa che come doula. La risposta in entrambi i casi è variegata e dipende moltissimo da come ciascuno interpreta e vive la propria professionalità. A livello generale, quello che fa l’antropologo/a culturale è osservare le relazioni, le pratiche e i prodotti umani per metterne in luce la complessità, provando in sostanza ad andare al di là di un livello di lettura del mondo dove tutto (o quasi) appare stabile, ordinato e addirittura naturale. Il parto e la nascita non fanno eccezione e godono dell’attenzione di questa disciplina. L’antropologia culturale vede infatti attorno alla fisiologia della nascita un fenomeno che è catalizzatore di conoscenze, visioni del mondo e del corpo, pratiche e potere: anche nascere e dare alla luce è luogo di creazione, negoziazione e rafforzamento di dinamiche sociali e biopolitiche complesse che vale la pena provare a leggere in maniera critica. Io mi occupo in particolare di questo e lo faccio, per ora, all’interno di un percorso di ricerca accademico che però ha l’obiettivo di dialogare con la società e le istituzioni. Il mio lavoro riguarda in modo specifico proprio l’emergere della figura della doula nel panorama nazionale italiano.

In che modo secondo lei l’antropologo/a può inserirsi tra le figure professionali che orbitano intorno alla neo famiglia?

Soprattutto in una funzione di “traduzione” culturale, per esempio a partire dal linguaggio e da come si parla di maternità e genitorialità. Nel modo in cui si parla del diventare madre o padre spesso si celano pregiudizi e giudizi che possono influenzare, negativamente o positivamente, l’esperienza delle persone. Dunque fare cultura attorno alla maternità, renderla visibile nella sua complessità, nelle sue luci ma anche nelle sue ombre, è una sfida importante che credo una disciplina come l’antropologia possa cogliere provando ad accompagnare le neo famiglie in maniera se vogliamo indiretta, fornendo chiavi di lettura diverse a chi con le persone in questa fase della vita si confronta quotidianamente. Mi riferisco in particolare al personale sanitario ed educativo, ma non solo, anche per esempio giornali e attività commerciali. E naturalmente ai gruppi di mamme e alle famiglie.

Che cosa la ha spinta ad iniziare a praticare la professione?
All’antropologia mi sono avvicinata da ragazzina, grazie a una meravigliosa professoressa del liceo che ha saputo accompagnarci in una lettura profonda delle tragedie greche, con attenzione alle persone, ai gesti, alle danze, alle pratiche, ai sentimenti… alla grande umanità di figure mitiche, complesse e contraddittorie come la realtà che viviamo anche oggi. Il mio è diventato poi un percorso di ricerca applicato alla vita quotidiana; la possibilità di unire queste due sfere che spesso si vedono distanti è certamente la sfida più grande che mi incoraggia a perseguire l’antropologia come professione. Provo a farlo nel campo che, per il momento, più mi sta a cuore: l’accompagnamento alla maternità.

Come si sente a svolgere il suo mestiere?
In movimento. Non potrebbe essere diversamente perché altrimenti perderei lo sguardo critico sulle cose. Una delle lezioni più importanti che sto imparando dalla pratica antropologica è che c’è sempre un modo diverso di fare la stessa cosa, una motivazione differente che spinge le persone a comportarsi in un determinato modo in un momento specifico della vita, che esistono modalità di esprimersi diversissime e che possono passare dalla parola ma anche dal corpo, messaggi fra le righe, pratiche che per qualcuno funzionano e per altri semplicemente no. Stando ferma e non partecipando dei contesti che osservo nell’ambito della mia ricerca non potrei percepire, e quindi nemmeno trasmettere, la complessità delle relazioni e delle pratiche che tutti noi mettiamo in atto e che fanno il mondo. È una pratica se vogliamo un po’ inquieta perché ammette sempre la possibilità di una domanda in più, ma credo che questo metta in salvo dalla necessità di fornire risposte assolute, verità che hanno la pretesa di funzionare per tutti e per tutte. Non è una cosa da poco se pensiamo a quanto il momento di passaggio alla genitorialità sia pieno di normatività e giudizio.

Le capita di essere contattata da future o neo mamme? Per quali motivi?
In realtà, ora che sono nel pieno di una ricerca sull’accompagnamento alla maternità in Italia, mi capita più spesso il contrario. Sono di frequente io a cercare il contatto con future mamme o neo-genitori ma posso dire che, dalla disponibilità con cui vengono accolte le mie domande e dall’apertura con cui vengo a messa conoscenza di esperienze anche molto intime, a volte sento che, in fondo, c’è in molte donne una grandissima voglia di condivisione. A volte mancano solo i canali attraverso cui farlo. In qualità di doula al momento non attivamente praticante vengo contattata più che altro invece come canale di apertura rispetto a iniziative, luoghi di interesse, professionisti e professioniste della nascita. La rete in questo senso è importantissima.

Di che cosa pensa abbiano bisogno i neo genitori?
Precisamente di quello che dicevo poco fa, spazi e attenzione. Quando parlo di spazio intendo in realtà anche tempo, momenti dedicati ma non necessariamente organizzati e pianificati come corsi formativi e appuntamenti con l’esperto o con l’esperta di turno. È difficile dare una risposta a un bisogno di questo tipo che, per l’appunto, può non essere né focalizzato né così cosciente, ma credo che il solo fatto di iniziare a parlare di più di maternità e paternità sia un modo per consentire che i bisogni di ciascuno emergano con più chiarezza, nel confronto con altri genitori ma anche con familiari, amiche e amici, e, perché no, professionisti e professioniste che possono così orientare al meglio i propri servizi dedicati a questa fase di passaggio così importante.

Pensa che il suo pensiero sia condiviso dai suoi colleghi, della sua o di altre strutture/associazioni/gruppi?

In linea di massima sì, anche se all’interno ancora di una piccola nicchia, peraltro prevalentemente femminile. Mi considero comunque molto fortunata a potermi confrontare anche con colleghi e colleghe internazionali che, occupandosi di nascita attraverso le esperienze vissute da altri ma anche in prima persona, provano a integrare la dimensione professionale e personale, toccando con mano la pericolosità del giudizio. Si prova come dicevo prima a lasciare il più possibile aperto il campo delle possibilità con anche però un’attenzione particolare ai diritti delle persone e soprattutto delle donne.

Se potesse cambiare una cosa nel sistema di supporto intorno alla nascita, che cosa cambierebbe?
Mi piacerebbe renderlo più visibile. Non credo sia assente, sicuramente non è perfetto, ma ci sono progetti che nascono e funzionano bene, sia a livello istituzionale che a livello associativo o “alla pari” tra genitori e mamme. Vorrei che se ne parlasse di più e che le diverse scuole di pensiero in questo modo si trovassero nella condizione, quasi obbligata, di confrontarsi sul merito e provare insieme a trovare il modo migliore per rendere il sistema di supporto attorno alla nascita più sostenibile ed efficace.

Ci può raccontare un aneddoto che le è rimasto impresso più di altri nella sua esperienza professionale?

Alcuni anni fa stavo svolgendo la mia prima ricerca di campo, in Ecuador, e ho avuto la fortuna di vivere e lavorare con una meravigliosa levatrice e donna di medicina locale. Una mattina aveva in programma una sessione di rilassamento con una giovane donna al settimo mese di gravidanza e mi ha chiesto se mi andava di osservare, come parte appunto del mio lavoro. In pochissimi minuti sono passata dall’essere poco più di una semplice osservatrice a partecipante attiva e profondamente coinvolta in quel momento. Ho sorretto la pancia di quella mamma durante l’attività, ho accompagnato i suoi respiri e accolto la sua stanchezza con una gratitudine immensa. Conservo ancora nel cuore e nelle mani la memoria di quei momenti che—volendo—questo bellissimo lavoro consente di vivere assieme alle persone con cui ci confrontiamo sul campo. Peraltro, è probabilmente questo episodio che mi ha aperto la strada alla formazione come doula.

Qual è l’augurio che potrebbe rivolgere a tutte quelle persone che decidono di intraprendere l’avventura di una nuova famiglia?
Qualcuno poco tempo fa mi ha detto che “i figli si fanno con il cervello”. Tralasciando la valutazione su questa affermazione, che ad alcuni risuonerà e ad altri no, la ricordo perché credo tradisca una visione che risente molto di un condizionamento culturale grandissimo: la convinzione profonda della separazione tra mente e corpo, un dualismo che facciamo davvero molta fatica a superare. Il mio augurio è quello di riuscire a trovare un modo, ciascuno il suo, per intraprendere l’avventura di una nuova famiglia in armonia, in ascolto di tutte quelle parti di noi che spesso vediamo separate ma che—probabilmente—sono molto più intimamente connesse di quanto siamo abituati a considerare.

Ha un libro, un film o un’esperienza da consigliare che lei ritiene di grande importanza per le future famiglie?

Sì, “Goodnight Stories for Rebel Girls”, le storie di 100 donne straordinarie accompagnate dalle illustrazioni di 60 artiste contemporanee da ogni parte del mondo. Si tratta di un progetto editoriale importantissimo per il presente e il futuro, trasmette modelli positivi al femminile che nei libri per bambini e bambine ancora mancano o, comunque, sono fortemente influenzati da stereotipi di genere che anche i genitori con i migliori propositi fanno fatica a non riprodurre. Per ora il libro è disponibile in inglese sul sito www.rebelgirls.co/ ma posso preannunciare l’uscita della versione italiana il 28 febbraio per Mondadori.

Questa intervista si inserisce in un percorso che vorrebbe dare voce a tutte le figure professionali che ruotano attorno alla nascita; lei avrebbe in mente qualche figura, da noi non ancora contattata, la cui esperienza ritiene possa essere di interesse? 
Senza dubbio l’ostetrica. Anzi, le ostetriche, perché ce ne sono di tipi molto diversi e l’esperienza di un’ostetrica ospedaliera di sala parto è diversa da quella di un’ostetrica ospedaliera “di reparto” e ancora più diversa da quella di un’ostetrica che lavora in consultorio o come libera professionista. Senza parlare poi del confronto generazionale. Potrebbe essere una serie interessante e sono certa che ciascuna apporterebbe una visione molto particolare di che cosa significa nascere e diventare genitore in Italia oggi.

Vuole aggiungere qualcosa che le sembra importante in questo momento?

Vorrei solo ringraziarvi per il vostro lavoro, per questo spazio e per tutto lo spazio di ascolto e presenza che siete disposte a condividere con altre donne e con le loro famiglie. Nella doppia veste di antropologa e doula ci tengo infine a rimarcare una caratteristica che ritengo molto importante e tipica di entrambe queste figure che sono, in fondo, “esperte” sì, ma in senso molto ampio e profondamente umano.

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2 comments

  • Noemi
    5 dicembre 2016 at 15:58

    Bellissimo e interessante articolo. Grazie

    • orbita doula
      5 dicembre 2016 at 23:08

      Grazie a te Noemi per essere passata a trovarci 🙂
      A presto e buona notte!